Fluttuazioni - Testi critici

Testo critico di Luigi Serravalli in occasione della mostra "Fluttuazioni" presso la Galleria Le due spine di Rovereto. 1998

La fotografia è un mezzo universale. Viene sfruttata, usata, sodomizzata da infiniti usi quasi sempre cheap, volgari, consolatori, post romantici, inadeguati ed inefficienti. Sfruttata, sopra tutto il nudo femminile, ad uso bassamente pubblicitario. Viene fuori dagli occhi, ha in molti casi qualche cosa di inaccettabile, cadaverico, appare odiosa, da evitarsi il più possibile. Oppure sensuosa in modo immediato, volgare (il corpo di Valeria Marini). Fenomeni di incultura o bassa cultura, straripamento televisivo.

Ma, nello stesso tempo, nell’ultima edizione di Kassel, il lavoro del fotografo aveva sempre quasi scansato quello del pennello e dei colori. Una recente Biennale è stata vinta da due fotografi di Düsseldorf e la fotografia ha un suo spazio autonomo da Mappelthorpe ad Oliviero Toscani, dove questa antologia di segni acquista significanti di ben altro spessore. Nella nostra Regione ciò è raro, ma posso citareanche l’esempio dei coniugi Fasoli di Trento che, lavorando al computer, su fotografie iniziali, raccolgono consensi internazionali. Dopo l’americano C. S. Peirce ricorderei lo sviluppo di idee sulla fotografia (e quindi sul cinema) da parte di H. Bergson e poi di Gilles Deleuze che studia i rapporti tra fotografia e tempo, spazio, movimento ecc. Oggi vi sono molti tipi di macchine fotografiche e di carte per la stampa come di materiali sensibili, in modo tale che il fotografo moderno (e Paolo Aldi lo è) e la fotografia si situano fra le arti visuali in modo corretto e protagonisti. Anche se questo non viene recepito dalla massa che umilia la fotografia a sistema di largo consumo a basso profilo. Un sistema di segni capaci di simboli, metafore ed allegorie ci porta (dopo De Saussurre) ad un nuovo linguaggio, illustrato tra l’altro, dallo stesso Umberto Eco. Il linguaggio è la qualità unica dell’uomo. Parlo, dunque sono, più che il vecchio penso, dunque sono. Ma si potrebbe anche dire: fotografo, faccio del cinema, dunque sono. Cioè prendo coscienza attraverso mezzi meccanici, dell’esistenza di un mondo intorno a me che mi appartiene e che è solo mio: la ricerca, l’analisi di questo mondo è la più autentica ragione, esultanza del nostro esserci, lasciare tracce, con nuovi media dopo le infinite storiografie che gli egiziani ci hanno insegnato con il loro sistema geroglifico.

I nudi di Aldi sono una sua invenzione, scoperta, indagine, quindi il suo alfabeto. Comunicazione. Linguaggio. Scorrere. Vita. Fluttuazione. Rotazione. Movimento. (La foto che si mette a contatto, in confronto, emulazione, gara, competizione con il cinema e quindi il Video). Nel cuore del post moderno.

Aldi qui frequenta il nudo femminile. Il nudo è la verità, l’uomo nasce nudo. I Greci esaltano nel nudo l’idea della bellezza. Il Medio Evo cancella il nudo come peccaminoso. Vengono permessi solo i Cristi in Croce e i San Sebastiano (questi spesso femminilizzati). Con il Rinascimento il nudo torna, in arte, ad un autentico protagonismo. Ma qualcuno mette le braghe ai dannati della Cappella Sistina. Oggi il nudo ci porta a diversi comparti filosofici di rara attualità. Il nudo è il corpo, in simbiosi con la mente. Il nudo è il mio “altro”. Dialogo continuamente con il mio corpo, al quale però devo riconoscere una autonomia assai difficile da esplorare. La “Camera” mi aiuta in questo scorrimento di fotogrammi. Un fluire (Eraclito), un fluttuare, nel tempo e nello spazio.

Paolo Aldi ci offre la sua personale interpretazione, una parte del suo dialogo con il corpo femminile: immagini che non sono mai le stesse ma che risultano difficili da fermare in se stesse. Corpi immersi nel liquido amniotico dello spazio/tempo. Come gli astri che percorrono le eternità di eternità in cui sono racchiusi, gli infiniti, intorno a noi. Il nudo così diventa anche il sacro. Il fotografo è scomparso, ci troviamo difronte all’artista tout court. Ci auguriamo che Paolo Aldi un giorno possa lavorare anche con la macchina da presa e i mezzi della grande industria delle immagini. Questi nudi, significanti, fluttuano nell’esserci heideggeriano come nella fenomenologia husserliana, cioè in un postmoderno, ormai libero dai sistemi tradizionali. Direi, a Rovereto, in un post moderno rolliamo. In questo senso questa mostra micidiale, fra l’altro ad alto contenuto tecnico, dovrà costituire uno choc o anche un autentico punto di partenza per una locale rivoluzione nel campo della fotografia. Amico personale di Marcello Gatti, riconosco nei direttori della fotografia, molto spesso, il maggior pregio del cinema che amo di più. Storaro, a Cannes ha vinto il premio per la migliore fotografia, ma penso che il suo sia stato il premio più autentico, alla pari di quello ad Angelopulos. Fotografia dunque “über alles”.

Dobbiamo in fine scusarci perché, fino ad ora, nella nostra città, non avevamo previsto possibile l’affermarsi di un fotografo artista, cosciente delle differenze del futuro più che delle somiglianze del passato.

Luigi Serravalli, Rovereto, maggio 1998.

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