Fluttuazioni - Testi critici

Testo critico di Mario Cossali in occasione della mostra "Fluttuazioni" presso la Uma Gallery di New York. 1999

 

Nonostante la fotografia occupi un posto tutt’altro che secondario nel panorama delle avanguardie artistiche del secolo “breve” che si sta avviando al tramonto sia del punto di vista dei protagonisti storici e delle loro realizzazioni sia dal punto di vista dell’elaborazione teorica, si tende per lo più a relegarla, nel migliore dei casi, in un campo suo proprio, in una specie i riserva tecnica e artigianale che la tiene ben lontana dalla ricerca artistica.

A volte invece, quasi per una sorta di contrappasso critico, si tende a fare l’operazione opposta e cioè a identificare la fotografia in quanto tale con un’opera di creatività e di invenzione, ignorando strumenti, materiali, linguaggi propri della fotografia e “santificando” l’immagine con un titolo, vale a dire con un artificio concettualistico che dovrebbe estrarla dal suo “grigiore” e dalla sua “mediocrità”.

In ambedue i casi la fotografia non viene considerata per le sue potenzialità caratteristiche, ma solo per prestazioni ancillari volta per volta diverse.

Paolo Aldi è consapevole di tutti questi nodi estetico-interpretativi, cerca puntigliosamente le forme, la forma, decontestualizza l’immagine senza rifugiarsi sulle facili scorciatoie dell’astratto.

 

C’è un passo straordinario di Walter Benjamin nel saggio “Piccola storia della fotografia” (pubblicato nel 1931 sulle pagine della rivista berlinese “Die literarische Welt”) che può servirci come introduzione al commento delle “fluttuazioni” di Paolo Aldi soprattutto per capirne la complessità simbolica.

“La natura che parla alla macchina fotografica è una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente. Se è del tutto usuale che un uomo si renda conto, per esempio, dell’andatura della gente, sia pure all’ingrosso, egli di certo non sa nulla del loro contegno nel frammento di secondo in cui si allunga il passo. La fotografia con i suoi mezzi invece glielo mostra. Soltanto attraverso la fotografia egli scopre questo inconscio ottico, come, attraverso la psicoanalisi, l’inconscio istintivo”.

I nudi di Paolo Aldi fluttuano, ondeggiano tra la resistenza e la trasparenza del corpo, portano alla luce nel punto di massima artificiosità tecnica il punto massimo di verità interiore. Il corpo consiste di materia, ha delle misure, segna dei confini e nello stesso tempo vive nel movimento, nella relazione, sfugge alla fissità tipica della materia, è di fatto in gran parte di acqua, cresce e si esaurisce.

Il corpo assume molte volte le dimensioni più strane e impensabili seguendo “inconsciamente” le piste dei sogni, della musica, della sofferenza, dell’innamoramento. Il sapere del corpo non è irrazionale, ma comprende ciò che va al di là della pura mossa della ragione. Il corpo si fa e si disfa e in ogni caso segna di sé un universo di tacco e di indizi, che diventano storia e memoria, visione e allusione.

I nudi di Paolo Aldi rappresentano una fluttuazione esistenziale e dunque conoscitiva: vogliono nella fluttuazione portare alla luce le forme del corpo, forme che accolgono, forme che respingono, macchie nel buio, lanterne nella notte, rifugio consolatorio oppure luogo estraneo e ostile.

Paolo Aldi ha accentuato tecnicamente questo processo di fluttuazione (delle immagini in sé ma anche per sé) usando la pellicola infrarosso. La fotografia vuole dimostrare nell’immagine l’ondeggiamento visivo, emotivo, intellettuale nel quale siamo immersi e che non riusciamo ad esprimere con parole e con concetti adeguati.

Tecniche particolari hanno lo scopo di andare oltre, il più possibile, l’immagine colta dall’obiettivo, anche se già quest’ultima risultava caricata fantasticamente.

 

Rendere visibile il mistero che è celato sia nel corpo sia nell’occhio che guarda: Paolo Aldi è fedele a questo impegno conoscitivo, girando al largo da ogni sirena calligrafica e decorativa e affidandosi allo stimolo creativo con sempre rinnovata ingenuità, con sempre rinnovata “attesa del miracolo” competitivo.

 

Mario Cossali

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